E se uno non ha il computer? (reprise)
Torno sul tema del post precedente con un piccolo aneddoto. Una persona che conosco si è presentata nei giorni scorsi nel mio ufficio con una richiesta che sul momento mi ha lasciato un po’ perplesso. Mi ha chiesto infatti di inviare il suo curriculum tramite e-mail in risposta ad un annuncio relativo ad un’offerta di lavoro. Le ho spiegato che se lo avessi fatto, il messaggio e-mail sarebbe stato inviato a mio nome e che sarei stato io il destinatario di eventuali risposte. Inoltre le ho fatto notare che sarebbe stato per lei un po’ penalizzante il farsi inviare l’e-mail da altri in quanto sarebbe risultata evidente la sua carenza in campo informatico. Lei ci è rimasta un po male e poi è uscita con la fatidica frase: “E se uno non ha il computer allora non può più lavorare?”
Forse non è proprio così, oltretutto stiamo parlando di un posto di lavoro da cameriera, un’attività che può certo essere svolta alla perfezione pur essendo privi di conoscenze in campo informatico. Resta però evidente che il digital divide non è relativo solo alla mancanza di connessione a banda larga (tra l’altro la zona dove abita la ragazza rientra in quelle coperte da ADSL) ma è spesso dovuto a una mentalità limitante, poco propensa ad accettare il progresso tecnologico e a sfruttarne i vantaggi offerti per migliorare le proprie condizioni di vita (cioè non solo per scaricare musica e film…).
In ogni modo, per aiutare la ragazza, ho creato un account di posta a suo nome, ho scannerizzato il documento (scritto in parte al pc e in parte a matita…) e l’ho inviato all’indirizzo e-mail indicato nell’annuncio. In bocca al lupo!
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Eccomi a raccontare l’ennesima esperienza traumatica a seguito di chiamata promozionale da call center, dopo quella già raccontata
La denominazione delle cosiddette e-mail non richieste non è un acronimo ma il nome di una carne in scatola, stile Manzotin. che si chiama - appunto -
Secondo 
Arrivato ormai alla soglia dei quarant’anni e avendone alle spalle già diciotto di attività in proprio, ho sviluppato una filosofia che intendo -d’ ora in poi- applicare in maniera rigorosa. Il titolo del post sarà infatti la risposta che fornirò a chiunque intenderà propormi l’acquisto di qualsiasi prodotto o servizio, o l’adesione a qualunque iniziativa di qualsiasi carattere.
10.000 richieste di amicizia hanno convinto Bill Gates ad abbandonare Facebook e a definirlo ”Una perdita di tempo“. La notizia non ha certo bisogno del misero effetto di amplificazione che può darle questo blog, visto che è stata ampiamente riportata da tutti i telegiornali.
Mi capita di rado di dover andare all’ufficio postale del mio paesone. Quelle poche volte però rappresentano per me un vero incubo. Oggi, per esempio, sono entrato alle Poste per ritirare una raccomandata. Non ha molto senso dover spendere energie e tempo per ritirare un documento che altri mi hanno inviato senza alcuna richiesta da parte mia. Purtroppo è così che funziona, almeno per il momento. L’ufficio era -ovviamente- affollatissimo per cui dovrò tornarci un’alta volta. E così dovrò dedicare altro tempo per un impegno assolutamente improduttivo e -insisto- per qualcosa che non ho richiesto.
Facciamo sempre più fatica a dire “grazie”. Fa parte della nostra cultura occidentale: ringraziare è un po’ come ammettere di aver bisogno degli altri, di non essere autosufficienti. O magari è solo distrazione, ma tant’è. Prendiamo ad esempio i giapponesi. Non fanno altro che ringraziarsi l’un l’altro. Non è una questione di forma, la loro è proprio una cultura diversa e a noi a volte fanno un po’ sorridere. Ma è un nostro problema.
